Lontano dagli occhi vicino al cuore!

Solo chi vive o ha vissuto da tanti anni lontano dalla Sicilia può comprendere a pieno il forte legame con ‘la terra’.

“Soltanto il Mare gli brontolava la solita storia lì sotto, in mezzo ai faraglioni, perché il Mare non ha paese nemmeno Lui, ed è di tutti quelli che lo sanno Ascoltare.” (Giovanni Verga) .

Le divertenti cantilene degli ambulanti, la luce accecante del sole caldo, il fastidioso vento pungente e l’intenso odore del mare ti pervadono completamente e ti accarezzano l’anima e il cuore.
Un modo semplice ed immediato per rivivere queste emozioni, queste sensazioni è quello di circondarsi di oggetti, di colori, di ambienti che richiamano la memoria della Sicilia creativa, archi, pizzi,  mattonelle dipinte a mano, quello che in gergo si chiama “stile rustico”.

È un modo, questo, per rivivere un epoca, un sentimento di spensieratezza, di momenti passati a osservare chi poneva ancora il pane dentro un cassetto avvolto in una ‘pezza’.

Ed allora questo stile “rustico” lo ricerchi, lo vuoi, lo ami ma ti rendi conto che vivi  in anni di tecnologie, di evoluzioni incredibili, dove la casa intelligente, che ti permette di controllare tutto a distanza con un semplice click, non è più un film, ma solo una nuova realtà.

Vuoi essere alla moda e al passo coi tempi, allora ti metteresti mai una gonna col cerchio? Una bianca parrucca riccioluta?

Non credo.

Indosserai un bellissimo completo che forse non sarà del famoso stilista di moda ma sicuramente sarà contemporaneo. Ed allora che fare in casa? Perché non realizzare una casa, un arredo, un quadro, che pur nel minimalismo di fondo abbia un tocco di quella Sicilia tanto amata?

Un accenno, un richiamo, un frammento che può essere il colore, un materiale, un disegno antico o un ricamo ma volutamente riportato fuori scala, ingigantito a tal punto da far vedere con la sua presenza il contrasto tra l’antico e il moderno, tra ciò che non c’è più e quello che può evolversi continuamente.

Questo è Sicilia Design, una voglia di di riproporre la Sicilia creativa attraverso un nuovo stile “emozionale”.

Le fondatrici Koncita Santo, architetto e Sara Messina, designer, hanno questo in comune, aver vissuto per tanto tempo fuori dall’isola ed è per questo che la amano per le cose belle. Si la terra… è nel cuore!

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Ma come si facevano un tempo il rosso e l’indaco?

Che meraviglia i colori delle antiche facciate delle case siciliane!

Ma come facevano ad ottenere quelle particolari gradazioni di colore difficili da realizzare persino oggi?

Il rosso da una parte e l’indaco dall’altra: due colori diffusissimi già a partire dalla fine del 1600, e che nell’immaginario collettivo rappresentano le due estremità della Sicilia orientale,  due meravigliosi opposti:  IL MARE e LA MONTAGNA.

Si, perché l’Etna è così che si chiama nel catanese: LA MONTAGNA…

e non potrebbe essere diversamente perché  è unica, imponente, maestosa, ingombrante.

Immensa osservatrice di eventi, che sembra proteggere e spaventare al tempo stesso, che domina, a volte silenziosa, a volte rumorosa.

Boati, sbuffi, pennacchi ma anche silenzio, neve, pace.

Proprio una delle eruzioni quella del 1669 ha influito anche sul “colore urbano” del territorio etneo.

Le lave divennero cava di superficie per il materiale di costruzione, pietra lavica per i rivestimenti, per le strade, per i cigli dei marciapiedi.

Sotto la città di Catania, che immaginiamo solidamente appoggiata su una robusta base di lava, si aprono invece cavità naturali e artificiali da brivido.

All’interno del terreno, composto non solo di roccia ma anche di sabbia e argilla, vi sono numerose gallerie, lunghe chilometri, pozzi, vasti ipogei, vasche, corsi d’acqua.

Le cavità artificiali sono per lo più cave di ghiara, la rena rossa utilizzata nell’edilizia e nella composizione di intonaci.

Figlia dell’attività eruttiva dell’Etna, questa sabbia si trova sotto lo strato di basalto perché si è formata per la cottura del sottosuolo preesistente per azione delle colate. Le cave di ghiara venivano scavate nella periferia del centro abitato, dove c’era lo sviluppo edilizio.

 

 

Malpelo si chiamava così perché aveva i capelli rossi; ed aveva i capelli rossi perché era un ragazzo malizioso e cattivo, che prometteva di riescire un fior di birbone. Sicché tutti alla cava della rena rossa lo chiamavano Malpelo; e persino sua madre, col sentirgli dir sempre a quel modo, aveva quasi dimenticato il suo nome di battesimo. (da “Rosso Malpelo” di  G. Verga)

Con l’estendersi dell’area edificata venivano abbandonate per scavarne  in prossimità di nuovi cantieri, in periferia.

Ad oggi si conoscono e sono state tracciate ed individuate , grazie a esperti speleologi con l’aiuto di persone anziane, circa 800 cave.

Dagli studi si è potuto constatare la veridicità di alcuni racconti: ovvero che le cave venivano adoperate come rifugi antiaerei. Infatti sono presenti lunghi sedili, ampi slarghi e persino latrine appositamente progettate..

Purtroppo si è visto anche che le fondazioni di numerosi palazzi e tratti di strada insistono su “vuoti” che rendono precaria la loro stabilità. Spesso infatti più cunicoli si dipartono da un vasto slargo sostenuto da pilastri di rena rossa ed è frequente imbattersi in residui di costruzioni preesistenti la colata. Le prime cave sono sorte a ridosso della via Plebiscito, allora periferia della città vecchia. Ma nel tempo la città si è espansa e le cave si sono moltiplicate. Allora  le gallerie venivano controllate dagli operai che ci lavoravano e di fatto ne monitoravano lo stato. Oggi, invece, le gallerie e le cavità ormai abbandonate vengono infiltrate dall’acqua e spesso subiscono crolli: le volte di alcune di queste cavità, inizialmente ad alcuni metri sotto terra, si sono assottigliate in modo pericoloso.

La questione non è di poco interesse per una città soggetta a rischio sismico. Non a caso è stata sottolineata con forza la necessità di censire tutte le cave, topografarle, determinare lo spessore delle volte e realizzare una mappa del sottosuolo, una sorta di catasto che permetta la valutazione delle situazioni di rischio in modo da individuare e programmare interventi di consolidamento e mitigazione del rischio.

Ma mentre la malta  di ghiara, con tutte le sfumature dal rosso al rosato, venne utilizzata fino alla fine dell’800, anche per il gradevole accostamento cromatico, con altri materiale da costruzione, quali il nero del abasalto e le pietre bianche ragusane, nell’edilizia storica catanese, nel palermitano,  si adoperava l’azolo per rendere “azzolate”, azzurrine, o meglio dare una colorazione indaco alle “affacciate”.

L’azolo, da non confondere con il nero azolo catanese,  è infatti un termine  che nella sua accezione più antica e di origine spagnola significa AZZURRO,  ed in Sicilia si identifica con il colore indaco.

Nella realtà si tratta di una polvere che, disciolta in acqua, veniva anticamente usata per l’ultimo risciacquo della biancheria per togliere l’ingiallimento che spesso il tempo, l’usura ed i raggi solari provocavano special modo alle lenzuola.

In realtà il giallo veniva coperto dalla tinta azzurrata dell’indaco e magicamente ogni capo bianco ritrovava il suo splendore, apparendo più pulito.

Questa polvere colorata però, prodotta e venduta per fare risplendere la biancheria,  in molti paesi fu utilizzata anche per dare una velatura color indaco alla calce,  e veniva utilizzata sia all’esterno che negli ambienti interni, soprattutto nella alcove, con la duplice funzione di tenere lontani gli insetti.

Ho ancora chiaro nella memoria la mia nonna, nonna Cettina, nella sua estiva casa di Militello, mentre stendeva le

lenzuola sulla terrazza infuocata, raccontandomi di Azul, il suo gatto dai grandi occhi blu, chiamato così proprio perché era la polverina della biancheria e della facciata della casa.

Ancora oggi ho scoperto che una ditta lo vende sul web, e la tentazione di sperimentare qualcosa è forte. Chi lo sa, se prima o poi, non riesca a tirare fuori qualche intruglio magico  per un design innovativo.

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Le teste di Moro: due tesi sulle origini, vergine vendicativa o traditrice punita?

Ancora per pochi giorni è possibile  ammirare l’arazzo in gemme di sale a Zafferana Etna (Ct), sapientemente realizzato da alcuni volontari sotto l’attenta regia del direttore artistico Graziella Torrisi, in occasione della  8^ “Festa di Primavera”, organizzata dall’amministrazione comunale guidata dal sindaco Dott. Alfio Vincenzo Russo.

Soggetti del bellissimo arazzo sono le “teste di moro”. Sullo sfondo, due frammenti di ruota di carretto siciliano, in contrapposizione emisimmetrica, il moro in basso a destra e la  fanciulla in alto a sinistra.

Si tratta di una giovane donna che compie la vendetta o di una nobile regina che invece la subisce? Vergine o amante?

Ma quale è la leggenda che si cela dietro queste tradizionali “teste” siciliane  ormai entrate a far parte non solo della cultura tradizionale ma anche del design più moderno.

 

Due le ipotesi, entrambe terribilmente suggestive.

Secondo una prima ipotesi, intorno all’anno 1000, nel periodo d’oro della dominazione dei Mori in Sicilia, e precisamente nel quartiere arabo di Palermo, la cosiddetta Kalsa, una bellissima ragazza passava le giornate in tranquillità dedicando tutte le sue attenzioni alle amatissime piante del suo balcone.

Un giorno, attirato prima dalle meravigliose piante, poi dal suo aspetto incantevole e puro, un giovane Moro, inizio a corteggiarla, fino a quando la fanciulla, lusingata di una sì grande dimostrazione di passione e dedizione, accolse e ricambiò  il sentimento dell’ardito spasimante.

Ma il giovane Moro, che si era abbandonato alle più smielate profusioni amorose, nascondeva un grave segreto: moglie e figli lo aspettavano in Oriente, e lì doveva fare ritorno.

Alla giovane crollò il mondo addosso, la notizia la sconvolse così tanto che, spinta da un irrefrenabile voglia di vendetta, organizzò tutto nei minimi particolari per porre fine alla vita di colui che aveva approfittato della sua ingenua e giovane persona.

Sfruttando il momento di maggiore vulnerabilità, durante il sonno preceduto da una notte di passione, colse l’attimo propizio e lo colpì mortalmente.

Decise inoltre che il volto di quel giovane sarebbe dovuto rimanere al suo fianco per sempre, perciò senza tentennamento alcuno gli tagliò la testa creando con essa un oggetto simile ad un vaso e vi pose all’interno un germoglio di basilico. La scelta di piantarvi del basilico fu una scelta meditata. Infatti  come ella ben conosceva, quest odorosa pianta dal greco “Basilikos”, si accompagna da sempre ad un’aura di sacralità, era conosciuto infatti come erba dei sovrani. 

In questo modo, nonostante il terrificante atto compiuto, avrebbe potuto coltivare  il delirante amore per prendersi cura del suo adorato principe, per sempre..

Oggi infatti su ogni Testa di Moro che viene prodotta c’è  una corona, l’elemento sempre presente che ripropone la regale pianta che originariamente impreziosiva la testa del giovane Moro protagonista della triste vicenda.

Secondo un’altra versione invece, la fanciulla siciliana sarebbe stata invece di nobili origini, una nobildonna che visse un amore clandestino  con un giovane arabo, ma questo amore impossibile venne ben presto scoperto ed il disonorevole atto punito con la decapitazione di entrambi i giovani innamorati.

La vergogna di questo amore sarebbe stata quindi proclamata dall’affissione di entrambe le teste (tramutate per l’occasione in vasi) su di una balconata. Lo scempio, esaltato da queste teste poste alla mercé dei passanti, sarebbe stato in tal modo un monito  contro ogni altra possibile sconveniente passione. Per tale motivo le teste verrebbero realizzate in coppia, in ricordo ed in onore dei due innamorati assassinati.

Le leggende che spiegano l’origine delle preziose Teste di Moro, hanno nutrito negli anni la creatività degli artigiani prima palermitani poi di quelli del resto dell’isola le cui magistrali opere adornano oggi molte delle balconate siciliane.

 

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