Ma come si facevano un tempo il rosso e l’indaco?

By | 19/06/2017

Che meraviglia i colori delle antiche facciate delle case siciliane!

Ma come facevano ad ottenere quelle particolari gradazioni di colore difficili da realizzare persino oggi?

Il rosso da una parte e l’indaco dall’altra: due colori diffusissimi già a partire dalla fine del 1600, e che nell’immaginario collettivo rappresentano le due estremità della Sicilia orientale,  due meravigliosi opposti:  IL MARE e LA MONTAGNA.

Si, perché l’Etna è così che si chiama nel catanese: LA MONTAGNA…

e non potrebbe essere diversamente perché  è unica, imponente, maestosa, ingombrante.

Immensa osservatrice di eventi, che sembra proteggere e spaventare al tempo stesso, che domina, a volte silenziosa, a volte rumorosa.

Boati, sbuffi, pennacchi ma anche silenzio, neve, pace.

Proprio una delle eruzioni quella del 1669 ha influito anche sul “colore urbano” del territorio etneo.

Le lave divennero cava di superficie per il materiale di costruzione, pietra lavica per i rivestimenti, per le strade, per i cigli dei marciapiedi.

Sotto la città di Catania, che immaginiamo solidamente appoggiata su una robusta base di lava, si aprono invece cavità naturali e artificiali da brivido.

All’interno del terreno, composto non solo di roccia ma anche di sabbia e argilla, vi sono numerose gallerie, lunghe chilometri, pozzi, vasti ipogei, vasche, corsi d’acqua.

Le cavità artificiali sono per lo più cave di ghiara, la rena rossa utilizzata nell’edilizia e nella composizione di intonaci.

Figlia dell’attività eruttiva dell’Etna, questa sabbia si trova sotto lo strato di basalto perché si è formata per la cottura del sottosuolo preesistente per azione delle colate. Le cave di ghiara venivano scavate nella periferia del centro abitato, dove c’era lo sviluppo edilizio.

 

 

Malpelo si chiamava così perché aveva i capelli rossi; ed aveva i capelli rossi perché era un ragazzo malizioso e cattivo, che prometteva di riescire un fior di birbone. Sicché tutti alla cava della rena rossa lo chiamavano Malpelo; e persino sua madre, col sentirgli dir sempre a quel modo, aveva quasi dimenticato il suo nome di battesimo. (da “Rosso Malpelo” di  G. Verga)

Con l’estendersi dell’area edificata venivano abbandonate per scavarne  in prossimità di nuovi cantieri, in periferia.

Ad oggi si conoscono e sono state tracciate ed individuate , grazie a esperti speleologi con l’aiuto di persone anziane, circa 800 cave.

Dagli studi si è potuto constatare la veridicità di alcuni racconti: ovvero che le cave venivano adoperate come rifugi antiaerei. Infatti sono presenti lunghi sedili, ampi slarghi e persino latrine appositamente progettate..

Purtroppo si è visto anche che le fondazioni di numerosi palazzi e tratti di strada insistono su “vuoti” che rendono precaria la loro stabilità. Spesso infatti più cunicoli si dipartono da un vasto slargo sostenuto da pilastri di rena rossa ed è frequente imbattersi in residui di costruzioni preesistenti la colata. Le prime cave sono sorte a ridosso della via Plebiscito, allora periferia della città vecchia. Ma nel tempo la città si è espansa e le cave si sono moltiplicate. Allora  le gallerie venivano controllate dagli operai che ci lavoravano e di fatto ne monitoravano lo stato. Oggi, invece, le gallerie e le cavità ormai abbandonate vengono infiltrate dall’acqua e spesso subiscono crolli: le volte di alcune di queste cavità, inizialmente ad alcuni metri sotto terra, si sono assottigliate in modo pericoloso.

La questione non è di poco interesse per una città soggetta a rischio sismico. Non a caso è stata sottolineata con forza la necessità di censire tutte le cave, topografarle, determinare lo spessore delle volte e realizzare una mappa del sottosuolo, una sorta di catasto che permetta la valutazione delle situazioni di rischio in modo da individuare e programmare interventi di consolidamento e mitigazione del rischio.

Ma mentre la malta  di ghiara, con tutte le sfumature dal rosso al rosato, venne utilizzata fino alla fine dell’800, anche per il gradevole accostamento cromatico, con altri materiale da costruzione, quali il nero del abasalto e le pietre bianche ragusane, nell’edilizia storica catanese, nel palermitano,  si adoperava l’azolo per rendere “azzolate”, azzurrine, o meglio dare una colorazione indaco alle “affacciate”.

L’azolo, da non confondere con il nero azolo catanese,  è infatti un termine  che nella sua accezione più antica e di origine spagnola significa AZZURRO,  ed in Sicilia si identifica con il colore indaco.

Nella realtà si tratta di una polvere che, disciolta in acqua, veniva anticamente usata per l’ultimo risciacquo della biancheria per togliere l’ingiallimento che spesso il tempo, l’usura ed i raggi solari provocavano special modo alle lenzuola.

In realtà il giallo veniva coperto dalla tinta azzurrata dell’indaco e magicamente ogni capo bianco ritrovava il suo splendore, apparendo più pulito.

Questa polvere colorata però, prodotta e venduta per fare risplendere la biancheria,  in molti paesi fu utilizzata anche per dare una velatura color indaco alla calce,  e veniva utilizzata sia all’esterno che negli ambienti interni, soprattutto nella alcove, con la duplice funzione di tenere lontani gli insetti.

Ho ancora chiaro nella memoria la mia nonna, nonna Cettina, nella sua estiva casa di Militello, mentre stendeva le

lenzuola sulla terrazza infuocata, raccontandomi di Azul, il suo gatto dai grandi occhi blu, chiamato così proprio perché era la polverina della biancheria e della facciata della casa.

Ancora oggi ho scoperto che una ditta lo vende sul web, e la tentazione di sperimentare qualcosa è forte. Chi lo sa, se prima o poi, non riesca a tirare fuori qualche intruglio magico  per un design innovativo.

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